Mascalisi, Lamoresca

6 Marzo 2018

Cos’è il Mascalisi…? Uno spiraglio di sole in queste giornate uggiose di inizio marzo…È il Nerello Mascalese di Filippo Rizzo, Lamoresca. Sono aromi che giocano tra una fragola fresca e un lampone secco, un sussurro di salvia secca e mirto. La qualità c’è e si sente, d’altronde Filippo ha iniziato la sua attività sotto l’occhio vigilie e consigliere di Frank Cornellisen. La calda Sicilia non manca e la si ritrova nel bicchiere. Ma nonostante ciò la filosofia è quella di far fermentare i mosti senza controllo di temperature, senza solfiti aggiunti, accompagnando la materia prima quasi esclusivamente in vigna con la politica del dare per avere che si traduce in un controllo dell’inerbimento: rimozione delle infestanti a zappa e semina di leguminose per azotare il terreno.

 

Mascalisi Rosso Lamoresca

 

In cantina prevalgono le lunghe macerazioni, tanto per i bianchi quanto per i rossi. Pratica che per riuscire al meglio ha bisogno non solo di uve sanissime – quelle ormai le sanno portare tutti in cantina trattando ogni due gocce di pioggia – ma di uve vive, in grado di comunicare con le altre forze bioritmiche dell’ecosistema circostante, e di mosti dinamici, puliti, dove i lieviti e gli enzimi naturali possono compiere in libertà il loro più nobile lavoro. Ne risulta un vino non scontato ne facile da ottenere, in grado di coniugare la beva con l’avvolgenza e la struttura.
Leggermente sapido. Asciutto in bocca con una tannicità che va leggermente ad astringere le gengive e che ben ripulisce dopo un succulento di Falsomagro siciliano leggermente untuoso, ma anche dopo primi piatti dai sughi di carne strutturati.  Ma la cosa che più ci ricorda l’onestà di questo vino è l’aria di terra e cantina che evoca, un po’ come quando si accompagnava il nonno all’atto dell’imbottigliamento. Immagine stereotipata? Forse. Ma in fondo sono questi i ricordi che ci preoccuperemo di conservare e e che ci fanno accorrere al vino come elemento culturale e storico, testimone e compagno delle nostre vite. E per chi non ha avuto la fortuna di viverlo… c’è Mascalisi.

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Se a qualcuno potessimo invocare «dacci oggi il nostro vino quotidiano», penso e mi auguro che questo vino non sia molto diverso dal Nanni di Daniele Portinari. Blasfemia? Modestia? Si poteva puntare più in alto? Io penso che alla fine della giornata è di vini come questo che le nostre tavole dovrebbero essere imbandite. Vediamo perché.

L’azienda Daniele Portinari coltiva i suoi vigneti sui Colli Berici sud-orientali
, su terreni calcarei-argillosi. Il colore del Nanni è porpora con ampi riflessi violacei, aroma di mora e mirtilli con lievi accenni pepati e un leggero spolvero vegetale. Qui il sauvignon invoglia con il suo frutto e il merlot rinfranca lo spirito con il suo erbaceo.

In bocca dimostra un bel equilibrio lineare rivelando tutta la sua natura da prima con un ingresso più morbido e nel finale con un taglio più acidulo e tannico. Poco sapido. Lo potremmo definire dallo stile veneto, se esistesse un vero e proprio stile veneto. Diciamo per capirci che ricorda molto la spontaneità di quei vini contadini lavorati dalla vigna alla cantina nel pieno rispetto del frutto e della terra. Ci piace.

Vino non molto ampio, più verticale, ma va benissimo così. Alla fine si ha tutto ciò che si potrebbe chiedere ad un vino quotidiano. È sincero ed onesto. Schietto. Uno di quelli a cui puoi parlare liberamente con franchezza e lui ti risponderà allo stesso modo, senza paroloni altisonanti, ma con un linguaggio umile e veritiero, che alla fine è quello che meglio ti arriva al cuore.

 

vino rosso daniele portinari

 

Potremmo star qui ore a dirci che non è un vinone, che non ha sufficiente struttura o che è troppo anonimo… balle! Un’identità ce l’ha eccome, ma per conoscerla devi deciderti a toglierti dalla testa che se non è barolo è merda. Ha un identità che si svela a chi siede a tavola in compagnia di vini che non portano la cravatta ma preferisce la compagnia di quei contadini di cui abbiam già detto sopra. E bravo Daniele Portinari, che con questo vino dedica al figlio il suo taglio bordolese. Infondo è di questi vini alla fine che si ha più bisogno.

Il Nanni nasce ogni anno secondo quanto la natura comanda e svolgendo fermentazione spontanea senza aggiunta di lieviti selezionati, una macerazione sulle bucce sino ad un massimo di 15 giorni e una sosta in botti di rovere di secondo e terzo passaggio da 225 litri sino all’imbottigliamento, la quale ha atto – che ve lo diciamo a fare – senza filtrazione. Solforosa quasi mai aggiunta se non nelle annate più difficili e in minima parte.

Può essere ottimo compagno di molte preparazioni venete a base di carne, ottimo amante di primi piatti conditi con sughi di cacciagione, interessante persino accompagnato da un morbido e succulento cotechino, aromatizzato quanto basta al pepe, quanto basta per non sfigurare dinnanzi all’aroma erbaceo e speziato del Nanni che gentilmente ripropone il pepato accarezzando il palato.

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trebianc

L’Emilia Romagna enologica si sta affermando come probabilmente la regione maggiormente in fermento per quanto riguarda l’Italia. Non solo rossi a base sangiovese o albana, ma anche tante bollicine e rifermentati che come questo Terbianc,stanno attirando la nostra attenzione.
Vediamo il sottoscritto nel dettaglio.
Paglia e fiori gialli secchi: tarassaco e ginestra? Può essere, ad ogni modo un bel prato fiorito ci si schiude sotto il naso. Leggera nota di limone che sorge assieme a quella di mandorla amara. Leggerissima ossidazione, quasi impercettibile. Presente quel poco che basta per arricchire il piano aromatico. Camomilla e ortica proseguono il corredo vegetale di questa bella bolla a rifermentazione spontanea.

In bocca sarebbe davvero completo e eccellente con una nota sapida più marcata. Invece a farla da padrone oltre ad una auspicabile acidità, è un finale astringente, dovuto probabilmente alla vinificazione in rosso delle uve. Culmina in una beva leggermente tannica.

Abbinato ad una piovra al vapore condita con sale, olio e prezzemolo potrebbe finire per appiattire il piatto, e in questo la sua bolla lo aiuta…

Con del salmone affumicato di discutibile qualità la nota astringente ben non si sposava. Per fortuna il banchetto ci riserva ancora una carta. Una capasanta gratinata al forno con uno spolvero di pane grattuggiato e un filo d’olio per dorare il tutto. Il miglior connobio che permette al vino di dar piena espressione di sé accompagnando il piatto e non sovrastandolo per tutta la beva. L’acidità ripulisce il palato e l’astringenza riequilibria il boccone. Ora siamo appagati, ora siamo soddisfatti. Ci basta solo un altro bicchiere. Très bien, Terbianc!

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trebianc

Spremuta di more, sangue di viole. Un rosso scorrevole ma non privo di carattere, che parte prima morbido poi si fa più astringente, leggermente tannico. La valida alternativa al cabernet veneto sequenziale.
Ci ricorda quello di un altro grande: il Rosso Casa Belfi vinificato in anfora: più speziato quello, più floreale questo, ma entrambi vivi, freschi e sinceri. Sinceri nell’esprimere la loro personalità, la loro vera natura che a noi piace, oh se ci piace!
Se da una parte pensi di aver trovato un valido alleato, un partner compiacente, un amico docile, quando meno te l’aspetti il Cabernere esteriora il suo carattere più vibrante e ribelle. Chi l’ha detto che il rosso vuole sempre e solo l’inverno?! Questo è un nettare vivo che sa di primavera.
Un figlio dei fiori sfuggito all’omologazione stereotipata del suo stesso movimento da una parte e dall’industrializzazione del gusto dall’altra! Insomma la morale alla fine è: non serve spremersi poi tanto le meningi – come indica l’etichetta – per capire che un altro vino è possibile, non serve farlo per trovare una soluzione più sostenibile e salutare alla viticultura convenzionale.

 

Cabernere Il Moralizzatore

 

Per questo rosso proviamo un abbinamento “classico” ed uno più insolito. Pollo alla cacciatora, carne bianca condita con carota, sedano e cipolla stufate, uno spolvero di sugo di pomodoro e una sfumata di vino bianco a metà cottura. La tannicità del vino va a pulire l’untuosità del piatto condito, i suoi aromi ben supportano e impreziosiscono quelli del piatto ma la beva vivace e selvaggia sovrasta la delicatezza della carne.

L’altro abbinamento è con il cassoulet, specialità regionale del Languedoc, a base di fagioli bianchi e di un misto di carne d’oca o maiale o agnello, generoso, invitante, ancora più godevole se ben unto. Tuttavia il meglio di sé lo da dopo dieci minuti di gratinata in forno. Il piatto deve il suo nome alla casseruola in terracotta smaltata, caratteristica per la preparazione dello stesso. Scusate per la rapida gita fuori porta, ma tutti questi vitigni francofoni ce lo chiedevano.

L’azienda – Il Moralizzatore – coltiva i suoi vigneti su terreni di impasto misto, in prevalenza vulcanico-basaltici, alcuni dei quali presso i dolci declivi che precedono la parte montuosa della provincia vicentina. La tecnica adottata per la cura delle viti e dell’uva e quella naturale-biodinamica: in prevalenza inerbimento perenne e sovesci, preparati 500 e 501, rispetto per l’entomofauna.
In cantina il discorso è il medesimo e segue la filosofia secondo la quale l’uomo dovrebbe intervenire il meno possibile, a patto che le uve siano sane ed energiche, cosa che riesce ad ottenere con una selezione meticolosa delle uve.
La base è Cabernet Sauvignon al 70%. Concorre poi una parte di Merlot al 20% e un 10% di Pinot Nero. Solo acciaio per un anno, dopodiché via in bottiglia, senza solfiti aggiunti e senza chiarifiche.

 

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Aligotè Borgogna Aligator

L’Aligoté è un vitigno. Punto. Con i suoi pregi e con i suoi limiti.
La fama da vitigno sfigatello che gli si vuole attribuire è frutto di una ignorante dottrina che aleggia nei corsi dei maggiori enti formatori di sommelier, la quale a sua volta nasce dall’imposizione e dall’accettazione di una conformità di gusto per i vini e le etichette più blasonate e standardizzate a base di Chardonnay, il quale ha di conseguenza confinato la coltivazione di questo vitigno agli appezzamenti meno vocati. Un po’ quello che accade per molti vitigni autoctoni piemontesi che crescono all’ombra del Nebbiolo. O quel che avviene nel veneto orientale per verdisio, bianchetta e affini. Tutti ammutoliti – non per loro volere – alla dilagante richiesta del Prosecco, senza magari sapere che il vitigno di provenienza è la Glera.

Insomma, vitigni minori verrebbe da dire. Definizione che potremmo accettare considerate le contenute sfaccettature del suddetto. Ma che accetteremo ancora più volentieri se non attribuissimo una connotazione negativa a carenza di struttura e complessità e li considerassimo semplicemente tratti distintivi del vitigno. Insomma, l’Aligoté è l’Aligoté. Piaccia o non piaccia. Ma questa è un’altra storia.

Scriviamo ciò quando nel bicchiere versiamo un Aligoté Borgogna 2014. Un vino semplice, che esprime maggiormente le sue componenti terrene in termini di sapidità, mineralità. Non ci si trovano le grasse e opulenti note dello Chardonnay di Borgogna, ne le passeggiate in riva al mare che lo Chablis sa evocare. Tuttavia al naso spiccano le note gessose, minerali e sapide marine seppur contenute, più una nota leggermente lattica.

In bocca è scorrevole ma dissetante. Prevale il sapido e l’acido. Decisamente un vino estivo che arriva a 2 anni e mezzo dall’imbottigliamento con una componente acida ancora ben delineata. Da abbinare a pesce crudo, tagliolini alle seppie ma non alla veneziana, non con il nero per intendersi. Primi piatti poco strutturati, dalle complessità e intensità aromatiche contenute.

Ci siamo sbilanciati a provarlo su della pasta al farro condita con pesto alla genovese e se sul piano aromatico effettivamente un po’ accusava il colpo, su quello della consistenza sapeva reggere, seppur nel finale tendeva a scomparire. Le note sapide e acide non cozzavano contro quelle vegetali del basilico ma il tutto si armonizzava aggiungendo al piatto una verve più fresca e accattivante.

L’aligator” di Domaine des Rouges Queues è un Vin de Bourgogne, 100% Aligoté come avrete capito. Nasce da un piccolo vigneto caratterizzato dal terreno sabbioso. Viene vinificato in bianco a seguito della vendemmia manuale. Domaine des Rouges Queues è collocata nella famosa Côte d’Or, Borgogna, in un piccolo villaggio di appena 170 abitanti, chiamato Sampigny les Maranges, nella valle Maranges. L’azienda ha iniziato la sua attività nel 1998 con un solo acro di Maranges rouge sino a produrre negli ultimi anni Hautes Cotes De Beaune Rouge, Hautes Cotes De Beaune Blanc, Santenay Rouge, Maranges Rouge, Maranges Blanc, Bourgogne Rouge, ed il nostro Aligoté. Insomma un po’ tutto quello che prevede l’appelation. Dal 2008 l’azienda è in conversione biologica e fa ormai ampio uso di metodi biodinamici.

Aligotè Borgogna Aligator

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Vendemmia tra i fiori nella Domaine.